venerdì 13 novembre 2015

Leon Battista Alberti, Tempietto del Santo Sepolcro, 1457-67.

Splendido capitello mutuato da una particolare tipologia di capitello romano di età imperiale, che possiamo definire pseudocorinzia.
Osserviamo le foglie di acanto posti agli angoli della campana, la palmetta centrale e caulicoli lunghi e delicati che si attorcono tra le foglie di acanto e le corna dell'abaco.
https://www.facebook.com/1374492636118546/photos/a.1374494322785044.1073741828.1374492636118546/1715272432040563/?type=3&theater

mercoledì 11 novembre 2015

Portate alla luce le terme dei Romani a Bressanone

BRESSANONE. Il sottosuolo della cittadina vescovile continua a regalare sorprese. Dopo la scoperta di un'antica villa romana nel mese scorso su via Castellano, ecco riaffiorare dai vicini scavi di via Lungo Rienza nuovi resti appartenenti a delle terme romane, forse databili al secondo secolo dopo Cristo. Per la precisione stiamo parlando dei resti di una mansio, ovvero una struttura che fungeva da stazione stradale lungo la via romana. «La mansio era destinata in primo luogo a soddisfare le esigenze di viaggiatori quali funzionari dell’impero o ufficiali dell’esercito, o ancora per gli incaricati del servizio postale organizzato dall’impero – spiega Umberto Tecchiati, direttore dei lavori di scavo - In definitiva oggi si può dire che dell’edificio rimangono le terme, conservate nel sottosuolo, un tratto del lato a monte e l’angolo sud est compreso un tratto del muro sud, nonché un tratto della strada certo collegata ai resti rinvenuti presso la vicina “Villa Dirce” alcuni anni fa».
I lavori di scavo archeologico vanno avanti oramai da diversi mesi e sono arrivati quasi al loro termine, ma solo ora è possibile decifrare cosa è realmente emerso dal terreno. Si tratta di scavi dell'Ufficio beni archeologici diretti da Catrin Marzoli, ed effettuati sul campo dal gruppo della Società ricerche archeologiche coordinate e dirette da Gianni Rizzi. «L’area compresa nell’ex proprietà dell’albergo Senoner-Unterdrittelwirt, è dal 1978 un sito di grande interesse archeologico – spiega Marzoli -. All’epoca il proprietario, onde disporre di adeguate aree di parcheggio sotterraneo e per ampliare il ristorante, ordinò sbancamenti che portarono alla luce importanti strutture archeologiche»...
http://m.altoadige.gelocal.it/bolzano/cronaca/2015/11/08/news/portate-alla-luce-le-terme-dei-romani-di-bressanone-1.12409373

DAGLI ARCHIVI DI ARCHITETTURA: IL FONDO MICHELE BUSIRI VICI (1923 - 1978)

COMUNICATO STAMPA: Mercoledì 11 novembre alle ore 10.00 alla Casa dell'Architettura (piazza Manfredo Fanti, 47 Roma) verrà inaugurata la mostra “Dagli Archivi di Architettura: il fondo Michele Busiri Vici (1923 - 1978)”, curata dall’arch. Barbara Berta e dall'arch. Roberto Faraone, con il contributo dell’arch. Flavio Mangione. Alle 14.30 si terrà il convegno, durante il quale verrà presentato il lavoro svolto negli ultimi dieci anni sul fondo archivistico Michele Busiri Vici per rendere omaggio alla sua figura e alla sua opera. Il fondo, dichiarato di notevole interesse storico il 23 ottobre 1996, dal 2004 è custodito nella sede dell'Ordine degli Architetti di Roma e provincia e sarà presto traslato all’Archivio Centrale di Stato.    Nella mostra sarà esposta una selezione della documentazione conservata nel fondo archivistico che illustrerà la ricchezza e la varietà dei materiali d’archivio, e metterà in evidenza l’evoluzione del linguaggio dell’architetto, dal razionalismo allo stile mediterraneo.    Dopo i saluti dell’arch. Alessandro Ridolfi, Vicepresidente Ordine Architetti PPC di Roma e provincia, dell’arch. Virginia Rossini, Consigliere Ordine Architetti PPC di Roma e provincia e Presidente Dipartimento Beni Culturali, dell’arch. Leonardo Busiri Vici, Consigliere Fondazione Catel, del dott. Mauro Tosti Croce, Sovrintendente Archivistico del Lazio, del dott. Salvo Manca, Direttore generale Consorzio Costa Smeralda, del dott. Eugenio Saputo, Vicesindaco del Comune di San Felice Circeo, introdurranno la dott. Elisabetta Reale, Soprintendenza Archivistica per il Lazio e l’arch. Giancarlo Busiri Vici, Presidente emerito OrdineArchitetti PPC di Roma e provincia e CNAPPC.   Interverranno l’arch. Maria Letizia Mancuso, Responsabile archivi Ordine Architetti PPC di Roma e provincia,  Dai fondi archivistici: dettagli di architettura, l’arch. Flavia Lorello, Archivio Centrale dello Stato, L’archivio Michele Busiri Vici...
http://www.arte.it/calendario-arte/roma/mostra-dagli-archivi-di-architettura-il-fondo-michele-busiri-vici-1923-1978-21423?utm_content=buffer9b38b&utm_medium=social&utm_source=facebook.com&utm_campaign=buffer

Galleria Spada, Roma


La Galleria Spada nasce come raccolta privata per volere del cardinale Bernardino Spada (1594-1661) subito dopo aver acquistato il palazzo nel 1632. Il nucleo principale della sua collezione si compone di opere emiliane e romagnole orientamento spiegabile sia con la sua origine, era infatti nativo di Brisighella, vicino Forlì, sia perché dal 1627 al 1631 era stato legato pontificio a Bologna...
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Il Museo Bailo di Treviso ha riaperto le sue porte al pubblico dopo anni di chiusura.

Partecipare a eventi e inaugurazioni è per me sempre una grande emozione, ma quando si tratta della riapertura di unMuseo chiuso da anni mi sento come una bambina che aspetta di scoprire che regalo gli ha portato Babbo Natale :-)
L’ultima volta che mi sono sentita così elettrizzata è stata per l’inaugurazione del Museo Bailo a Treviso!
Una rinascita dopo quasi 12 anni di chiusura e che ha reso un edificio ormai inagibile in un luogo di grande suggestione.
Il Museo intitolato a Luigi Bailo, docente del Liceo e bibliotecario di Treviso, è la più antica tra le sedi museali civiche.
Le altre sono Casa Robegan / Casa da Noal e il complesso di Santa Caterina.
Il Museo Bailo si colloca lungo la direttrice di un kardo della centuriazione romana ancora evidente nella conformazione della città di Treviso e si trova proprio a ridosso delle mura romaniche.
L’edificio che oggi ospita il museo era già esistente nel 1437 perché ospitava il convento dei Gesuati, a cui subentrarono dal 1668 altri ordini religiosi che dedicarono sempre questi ambienti alle attività di preghiera e di insegnamento.
Nel 1886 inizia la fase pubblica con l’acquisizione dell’intero complesso da parte del Comune di Treviso che decide di destinare l’edificio all’uso scolastico e ospitando prima il Liceo Ginnasio pubblico, poi un convitto studentesco e l’asilo infantile, infine la biblioteca e il Museo civico.
Il Museo nasce nel 1879 per iniziativa di Luigi Bailo e all’inizio occupa alcuni ambienti della biblioteca con un’esposizione di epigrafi antiche.
Successivamente l’aumento delle raccolte, grazie a lasciti, acquisti e recuperi portò all’occupazione degli spazi dell’ex convento e l’apertura al pubblico nel 1888.
Le collezioni civiche testimoniano la vitalità artistica di una Treviso che subisce certamente la grandezza della vicina Venezia, ma che riesce anche ad esprimere artisti di grande livello.
Nei decenni seguenti la collezione crebbe ancora e si dovette pensare ad una revisione dell’architettura e degli allestimenti, in particolare dopo i gravi danni provocati dalla seconda guerra mondiale.

lunedì 9 novembre 2015

Che abbuffate col Pontormo: diario di un uomo sospeso tra misantropia e ipocondria

Una personalità inquieta, affetta da ipocondria e misantropia. Eppure malinconica e a tratti penosa. Vi proponiamo qui le pagine del suo diario, seguite da un commento di Stefano Paolo, giornalista del Corriere della Sera.

1554
adì 7 in domenica sera di genaio 1554 caddi e percossi la spalla e ‘1 braccio e stetti male e stetti a casa Br[onzin]o1 sei dì; poi me ne tornai a casa e stetti male insino a carnovale che fu adì 6 di febraio 1554.
adì 11 di marzo 1554 in domenica mattina desinai con Bronzino pollo e vitella e sentimi bene (vero è che venendo per me a casa io ero nel letto — era asai ben tardi e levandomi mi sentivo gonfiato e pieno — era asai bei dì), la sera cenai un poco di carne secha arosto che havevo sete e lunedì sera cenai uno cavolo e uno pesce d’uovo.
el martedì sera cenai una meza testa di cavretto e la minestra.
el mercoledì sera l’altra meza fritta e del zibibo uno buon dato e 5 q[uattrin]i di pane e caperi in insalata.
giovedì sera una minestra di buono castrone e insalata di barbe.
giovedì mattina mi venne uno capogirlo che mi durò tucto dì e dapoi sono stato tuctavia maldisposto e del capo debole.
venerdì sera insalata di barbe e dua huova in pesce d’uovo.
sabato D[igiuno]. domenica sera che fu la sera dell’ulivo cenai uno poco di castrone lesso e mangiai uno poco d’insalata, e dovetti mangiare da tre quatrini di pane.
lunedì sera dopo cena mi sentii molto gagliardo e ben disposto : mangiai una insalata di lattuga, una minestrina di buono castrone e 4 q[uattrin]i di pane.
martedì sera mangiai una insalata di lattuga e uno pesce d’uovo.
mercoledì sancto sera 2 q[uattrin]i di mandorle e uno pesce d’uovo e noce e feci quella figura che è sopra la zucha.
giovedì sera una insalata di lattuga e del caviale e uno huovo; venne la Djuchessa] a Sancto Lo[renzo], el duca vene anco.
venerdì sera uno pesce d’uovo, della fava e uno poco di caviale e 4 q[uattrin]i di pane.
sabato sera mangiai dua huova.
domenica che fu la mattina di Pascua e la Donna andai a desinare con Bron[zino] e la sera cenavi.
lunedì sera mangiai una insalata che era di borana e uno mezo limone e 2 huova in pesce d’uovo.
martedì sera ero tucto affocato e mangiai uno pane di ramc-rino e uno p[esc]e d’uovo e una insalata e de’ fichi sechi.
mercoledì D[igiuno].
giovedì sera uno pane di r[amerin]o, uno p[esc]e d’uno huovo e una insalata e 4 q[uattrin]i di pane in tucto.
venerdì sera insalata, minestra di pisegli e uno pesce d’uovo e 5 q[uattrin]i di pane.
sabato burro, insalata, zuchero e pesce d’uovo.
adì 1 d’aprile domenica desinai con Br[onzin]o e la sera non cenai.
lunedì sera cenai uno pane bollito col burro e uno pesce d’uovo e 2 on[ce] di torta.
martedì
mercoledì
giovedì
venerdì
sabato andai a la taverna: ‘nsalata e pesce d’uovi e cacio e sentimi bene. […]
adì 9 di g[i]ugno 1554 cominciò Marco Moro a murare el coro e turare in Sancto Lorenzo.
adì 18, la sera di sancto Luca, cominciai a dormire già col coltrone nuovo.
adì 19 d’ottobre mi sentivo male cioè inf redato e dipoi non potevo riavere lo spurgho, e con gran fatica durò parecchie sere uscire di quella cosa soda della gola, come alle volte io ho hauto di state; non so s’è stato per essere durato un buon dato bellissimi tempi e mangiato tuttavia bene. e adì detto cominciai a riguardarmi un poco e duròmi 3 dì 30 once di pane, cioè 10 once a pasto, cioè una volta el dì e con poco bere: e prima adì 16 di detto imbottai barili 6 di vino da Radda. […]
1555
genaio, marte[dì] che fu kalendi cenai con Bronz[in]o on[ce] 10 di pane.
mercole cenai on[ce] 14 di pane, arista, una insalata d’indivia e cacio e fichi sechi.
giovedì cenai onjce] 15 di pane;
venerdì on[ce] 14 di pane.
sabato non cenai.
domenica matina desinai e cenai con Bronz[in]o migl[i]aci e fegategli. el porco. […]
domenica desinai e cenai in casa Br[onzin]o, adì 13 di genaio 1555.
lunedì andai a San Miniato, cenai uno rochio di salsicia, on[ce] 10 di pane.
martedì uno lombo, indivia e una libra di pane, gelatina e fichi sechi e cacio.
adì 20 cenai in casa Daniello una gallina d’India, che v’era Attaviano che fu in domenica sera.
adì 27 genaio desinai e cenai in casa B[ronzin]o, e venevi dopo desinare l’Alesandra e stette insino a sera e poi se n’andò, e fu quella sera che B[ronzin]o e io venimo a casa a vedere el Petrarcha. cioè fianchi, stomachi ec. e pagai quello che s’era g[i]ucato.
adì 30 di genaio 1555 cominciap] q[u]elle rene di quella figura che piagne quello bambino.
adì 31 feci quel poco del panno che la cigne, che fu cattivo tempo e emi doluto quei 2 dì lo stomaco e le budella – la Ima a fatto la prima quarta.
adì 2 di febraio in sabato sera e venerdì mangiai uno cavolo e tucta due quelle sere cenai on[ce] 16 di pane, e per non bavere patito fredo a lavorare non m’è forse doluto el corpo e lo stomaco – el tempo è molle e piovoso.
adì 1 di febraio feci dal panno in giù e adì 5 la finii, e adì 16 feci quelle gambe di quello bambino che l’è sotto, che fu in sabato; el venerdì cominciò a essere bei tempo e così el sabato detto è freddo e prima era durato a piovere tuctavia senza punto di fredo; e adì 21 che fu berlingaccio cenai con Bronzino la lepre e veddi le bagattelle e la sera di carnovale vi cenai. […]
adì 4 di marzo feci quel torso che è sotto a quella testa detta e levami una hora manzi dì.
domenica fumo adì 10 detto: desinai con Br[onzin]o e la sera a hore 23 cenarne quello pesce grosso e parechi picholi fritti che spesi soldi 12, che v’era Attaviano; e la sera cominciò el tempo a guastarsi ch’era durato parecchi dì bello senza piovere.

Dal “componimento inculto” di Leonardo ai “fogli magistrali” di Michelangelo


Il disegno, fin dagli albori della civiltà, è stato utilizzato per tradurre un’idea in immagine. L’essenzialità delle linee ha condotto a identificarlo col momento iniziale dell’operazione artistica. Tuttavia, è possibile distinguere tra un livello ideativo, rappresentato dallo schizzo, traduzione quasi istantanea del pensiero formulato nella mente, e un livello esecutivo, rappresentato dal disegno definitivo o preparatorio.
Cennino Cennini, nel suo ben noto Trattato, attribuiva al disegno una importanza fondamentale. La pratica di segnare delle linee su un foglio di carta era vista come un esercizio propedeutico alla pittura, una pratica che andava allenata ogni giorno, anche nei dì di festa. L’idea del disegno come mezzo di indagine e di sperimentazione non era ancora neppure concepibile e solo nella Firenze del XV secolo si affermerà la visione del disegno come fase di progettazione, con studi di composizione e di singoli particolari oppure con elaborazione di “cartoni”.
Il maestro elaborava le idee compositive sotto forma di schizzi cioè di rapide annotazioni grafiche, tracciate, come scrive il Dolce nel suo Trattato (1557), “quando il pittore va tentando… le fantasie che genera nella sua mente la historia”.
I manoscritti leonardeschi contengono numerosi precetti rivolti agli artisti. Tra i vari ammonimenti, ricorre con particolare insistenza la raccomandazione di non “membrificare” le figure, ossia non definire in maniera troppo netta le membra. Questo rappresentava per Leonardo un ostacolo gravissimo a ogni correzione e perfezionamento e, di fatto, spegneva il processo creativo stesso:
“…o tu compositore delle istorie non membrificare con terminati lineamenti le membrificazioni d’esse istorie, che t’interverrà come a molti e vari pittori intervenire suole, li quali vogliono che ogni minimo  segno di carbone sia valido e questi tali ponno bene acquaistare ricchezze ma non laude…, perché molte sono le volte che l’animale figurato non à li moti delle membra appropriate al moto mentale e, havendo lui fatta bella e grata membrificazione ben finita, li parrà cosa ingiuriosa a trasmutare esse membrapiù alte o basse, o più indietro che inanzi, e questi tali sono meritevoli d’alcuna laude nella scentia”.